Gran bel film questo “Viva la libertà” di R. Andò, regista teatrale e cinematografico e da poco anche scrittore apprezzato. E’ dal suo libro “Il trono vuoto”, vincitore nel 2012 del premio Campiello per la migliore opera prima, che è tratto il film.
Titolo forse più azzeccato, per certi versi, quello del libro, che indica immediatamente nella fuga dalla responsabilità (politica in questo caso) il tema centrale dell’opera .
Argomento oggi più che mai attuale, nella vita come nell’arte.
Non si può non pensare, guardando “Viva la libertà” all’ “ Habemus papam” di Nanni Moretti, dove a fuggire dal peso opprimente della responsabilità di essere la guida, religiosa in quel caso, era lo stesso Papa come poi realmente accadde di lì a poco.
Nel film di Andò il segretario del maggiore partito d’opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei sondaggi e l’ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia in segreto a Parigi, in casa di un’amica che non vede da trent’anni, Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all’epoca in cui ancora accarezzava l’idea di fare il regista.
Unici depositari della scomoda verità, Andrea Bottini, fedele collaboratore di Oliveri, e Anna, moglie del segretario continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto dello scomparso.
Il filosofo si trasferirà a casa sua, avviando uno strano mènage e un’involontaria carriera politica, che stravolgerà la sua vita e le sorti del partito.
Della scomparsa del padre e della latitanza delle funzioni paterne nella società contemporanea molto si è occupata anche di recente la psicoanalisi.
Penso, tra molti altri, al bel libro “Cosa resta del padre “ di Massimo Recalcati, analista lacaniano che recentemente ha partecipato ad “Otto e Mezzo” ad una discussione sulle trasformazioni della classe politica in Italia, come la trasformazione in Papi del Padre,depositario e rappresentante della Legge.
D’altronde che quello del politico (governare) fosse un mestiere impossibile già lo aveva detto nel 1937 lo stesso Freud, accostandolo ad altre due professioni, quella dell’educatore (insegnante, genitore) e quella del terapeuta della mente, l’analista.
Di fronte al peso di questa responsabilità, divenuta insostenibile, la fuga viene presentata, sia nel film di Andò che in quello di Moretti, più che come un atto di viltà come un tentativo di ritrovare un senso alle proprie scelte di vita.
Ecco allora che Enrico, il capo del partito di opposizione, va a cercare le sue antiche passioni di ragazzo: Danielle, ora moglie di un famoso cineasta, e il cinema appunto, così come il Papa neoeletto di Moretti aveva cercato nel teatro, sua antica passione giovanile, una nuova forza vitale.
E’ in questo viaggio all’indietro nella propria storia (una specie di autoterapia, che nel film di Moretti era esplicitamente e con molta ironia affiancato ad una terapia analitica) e attraverso le nuove esperienze che questo gli consente (la relazione con Mara, giovane aiutante di scena, e il rapporto con la figlia di Danielle che lo adotta come secondo padre) che Enrico ritroverà quella parte di sè che era andata persa o che non aveva mai avuto modo di esprimersi. Una parte che nel film è rappresentata dal fratello gemello Giovanni (Ernani).
Anche Giovanni, come tutte le “parti”, è tuttavia incompleto. Anche lui deve ritrovare qualcosa che gli manca per poter ritrovare se stesso . E la scomparsa del fratello gemello gliene offre l’opportunità. Alla passione e libertà di pensiero che non gli mancano ma si esprimevano in spazi appartati e autarchici o autistici, potrà ora unire l’esperienza di ricevere attenzione, rispetto e considerazione. Di avere un potere sugli altri. E ne uscirà anche lui cambiato dopo aver contribuito a cambiare quelli che gli stavano intorno.
Entrambi i fratelli devono lasciarsi alle spalle quel che erano per diventare qualcosa di nuovo che consenta loro di non sentirsi soffocare e morire.
E’ questo forse il senso di ciò che Giovanni-Enrico dice al Presidente della Repubblica durante l’udienza privata nella sala dei mappamondi :
“Meglio continuare ad essere come se fossimo già spariti o sparire del tutto per poi tornare ad essere?” . E poi sparisce. Esattamente come aveva fatto il fratello andandosene in Francia.
Analogo significato sembra avere l’ haiku che con grande ironia Giovanni -Enrico recita di fronte alla direzione del partito mentre si allontana e se ne va:
“E’ la mia questa figura di spalle che se ne va nella pioggia?”.
Pare anche un invito al partito a fare la stessa cosa. Ad allontanarsi da sè, dall’immagine così statica e cristallizzata di ciò che è diventato per osare di essere altro.
E nessun altro, come nella poesia di Brecht “A chi esita”, che il protagonista trasforma in un’appassionata arringa in uno dei momenti più intensi del film, potrà dire cosa diventare, quali risposte dare alle domande sulla propria incerta identità.
Il film si conclude proprio con un’incertezza sorniona sull’identità del segretario del partito: si tratta di Enrico rivitalizzato dopo la fuga parigina o di Giovanni, la cui vitalità ed ironia ha ora trovato un più forte ancoraggio alla realtà ?
Ma forse la risposta non è così importante se pensiamo ad Enrico e Giovanni come a due personaggi in cerca di un unico autore.

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