Dal 1960 al 1980, l’Ospedale Psichiatrico di Bologna poteva vantare la presenza di colleghi appartenenti al Centro psicoanalitico cittadino (Fabio Zambonelli, Alberto Spadoni, Gino Zucchini, Magda Mantovani, Daniela Nobili, Leandro Cutti, Walter Bruno, Vinicio Del Gobbo, Giuseppe Berti Ceroni); guidati dalla sapienza del primario Glauco Carloni, riuscirono a dimostrare che era possibile trasformare un vecchio manicomio in un luogo aperto alla cura della sofferenza mentale anziché alla custodia e all’isolamento. L’operazione fu resa possibile dalla legge Mariotti (1964) che equiparava l’Ospedale Psichiatrico agli altri nosocomi e garantiva l’assistenza mutualistica ai ricoverati nonché la loro tutela sul piano sociale e giuridico. Era il Roncati una piccola città entro le mura della vecchia città, aperta ai ricoveri volontari e vicina alle famiglie dei degenti con un grande parco pieno di fiori e di cedri secolari, attrezzata di un campo per il basket. Come è accaduto spesso nel nostro paese, vinse purtroppo la spinta liquidatoria e distruttiva cosicché nel 1980 fu varata una legge che prevedeva la chiusura di tutti gli Ospedali Psichiatrici: unico caso in Europa.

La bella lettera di Gino Zucchini (riportata in calce) ricorda questo evento, sottolinea l’interesse autentico per la cura psichiatrica, rimpiange che non si sia potuto continuare con ciò che era accaduto così a lungo solo a Bologna: unico esempio in Italia di applicazione su larga scala della cultura psicoanalitica in ambito ospedaliero. La memoria affettuosa di Zucchini passa anche attraverso questo scritto: riflessione offerta ai colleghi di allora, tema di attualità per tutti coloro che si occupano di salute mentale entro e fuori le moderne istituzioni.

24 ottobre 2020

Alberto Spadoni
Pierluigi Moressa


 

Caro Melega,

                   ti sono grato per l’invito alla festa di “chiusura del manicomio”, ma io non sarò presente: per ragioni di verità e persino di buon gusto.

Ho avuto la ventura - tra gli anni ’60 e ’80 - di far parte di quel gruppo di medici che lavorarono duramente e pazientemente per trasformare il vecchio “Roncati” in un ospedale psichiatrico degno del nome: dove la sofferenza dei pazienti e delle loro famiglie venisse accolta, rispettata e curata con il contenimento dell’angoscia e della distruttività e con la ricerca e l’attribuzione di un senso comprensibile anche al più bizzarro e disperato dei sintomi (v. Laura Frontori - Irene Ruggiero, La stanza delle parole, Patron, 1978).

La cultura psicoanalitica ebbe un peso assai significativo in questa trasformazione: in quegli anni il Roncati fu, tra tutti gli ospedali psichiatrici italiani, quello che poteva giovarsi del maggior numero di medici di formazione psicoanalitica (oltre la metà degli psichiatri in servizio) con una ricaduta culturale di competenze, di umanità e di stile che mi risulta essere ancora, a onta del tempo trascorso, nella memoria storica dell’istituzione.

Il manicomio, caro Melega, alla fine degli anni ’70 l’avevamo già trasformato noi - a onor del vero senza festeggiamenti liturgici - quando intervenne l’ondata dello sfascismo antiistituzionale a rendere impossibile la continuazione dell’opera intrapresa. Risultò vincente il connubio di amministratori poco avveduti e di psichiatri ideologizzati: dal che si costituì quella specie di psicòpoli che da allora mantiene pressoché sequestrata la psichiatria pubblica nella nostra città: in pochi anni quasi tutti quei medici - e io tra loro - furono costretti a dimettersi dall’istituzione per non dimettersi dalla propria coscienza.

Una politica zuzzurellona nella forma e cinica nella sostanza ha largamente sostituito la vecchia reclusione nel manicomio con l’abbandono nel “territorio”; la psichiatria pubblica sembra vergognosa della propria stessa esistenza e muta camaleontescamente il proprio linguaggio e le proprie sigle (Cim - Sim - Simap - Ssm - CdC - Sdc ecc.) per non farsi trovare mai all’appuntamento con i bisogni di chi soffre. Non c’è alcuna certezza del diritto (e del dovere) proprio in corrispondenza delle situazioni più drammatiche: la normativa regionale in tema di trattamento sanitario obbligatorio è un capolavoro per azzeccagarbugli e produce nei luoghi dell’urgenza psichiatrica (nel frattempo ribattezzata “emergenza”) quella grottesca commedia “garantista” dei cui effetti hanno dato notizia i giornali di mezz’agosto: psichiatra, infermieri e vigili urbani si affrontano: a chi tocca fare che cosa e perché. E il cittadino apprende di non avere diritti e sente che dovrà implorare favori…

Vedo queste cose - non episodiche - da un posto di osservazione che si trova nelle immediate retrovie del fronte psichiatrico: da questo luogo mi pare di vedere che le cose buone che, malgrado tutto, accadono ancora nella assistenza psichiatrica cittadina si devono alla abnegazione e alla generosità - talora sacrificale - dei medici più intelligenti e più sensibili, indotti a sobbarcarsi il lavoro dei furbi che si rendono latitanti. Questo in certo modo è sempre accaduto, ma è scandaloso che accada sotto la protezione di leggi e normative che paiono inventate apposta per proteggere gli inetti. Prima o poi, senza un decisivo mutamento di rotta che ripari i guasti dell’istituzione negata (o negazione istituzionalizzata?) anche queste preziose energie che pure ci sono, saranno sottoposte al logoramento e costrette all’esodo.

Per queste ragioni, persino il titolo della tua comunicazione: “Fine del manicomio non vuol dire negazione della malattia” mi suona fatalmente come una excusatio non petita…

Caro Melega, come vedi, ho ben poche ragioni per condividere la vostra festa; ne ho di più per liberamente polemizzare, sicuro come sono di poterti garantire che il mio più vivo desiderio sarebbe quello d’aver torto e d’essere smentito dai fatti su tutti gli argomenti di cui ti scrivo.

Un saluto.

Gino Zucchini

Bologna, 27/9/95


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